| Gli elementi hanno sempre esercitato una certa attrazione sui musicisti (pensate a esempi celebri come l’eponimo LP della Third Ear Band e “Two And Two” di Christina Kubisch e Fabrizio Plessi), sia per l’immaginario atavico che sono in grado di evocare e sia per l’aspetto esoterico che da tempi immemorabili si lega a tale immaginario, ma anche più semplicemente per i suoni che da esse scaturiscono e che hanno mosso la fantasia di innumerevoli compositori (pensate al sibilare dell’aria in movimento, al gorgogliare fluido dell’acqua, al crepitare del fuoco ed agli infiniti suoni rapportabili all’elemento ‘terra’). Non stupisce affatto, quindi, che un tipo curioso qual è Matteo Uggeri si sia imbarcato nella realizzazione di una quadrilogia “Between The Elements” concepita in stretta collaborazione con quel Maurizio Bianchi unanimemente riconosciuto come uno dei precursori dell’ambient di origine industrial e, conseguentemente, di sottogeneri quali l’isolazionismo e il dark-ambient. E non stupisce neppure, visto il proverbiale entusiasmo catalizzatore di Matteo, la risposta positiva di numerosi musicisti alla sua chiamata per la realizzazione di tale ambizioso progetto. Caso mai, quale particolarità a livello di concetto, v’è il fatto che in questo caso gli elementi non sono mai concepiti nella loro forma pura (aria, acqua, fuoco e terra) ma in foggia ibrida. La prima parte della quadrilogia (già recensita da ‘ics’ Ferraris), portata a termine da Maurizio Bianchi insieme all’ensemble Sparkle in Grey animato dall’Uggeri, era liquida ma concettualmente ‘campata in aria’, dal momento che si intitolava “Nefelodhis” (dal greco ‘nuvole’ o ‘nuvoloso’). Per la seconda parte a Bianchi ed Uggeri (qui presente con il suo alias isolazionista Hue) si affianca un’altra nostra vecchia conoscenza, e cioè fhievel, anche se a livello di piccoli contributi (violino e chitarra) sono presenti ancora altri 2/4 degli Sparkle in Grey (Franz Krostopovic e Cristiano Lupo). “Erimos”, il concetto sviscerato nell’occasione, sta per ‘deserto’ e viene a concretizzarsi in un’unica composizione lunga e dilatata, dove la sostanziale vena ambient è ‘disturbata’ da refoli di suoni brut. È una musica che da la sensazione dell’espansione, dello spazio, ma anche del silenzio, o meglio di sonorità che tendono al silenzio, a ricoprire le superfici dell’ambiente che attraversano come un velo sottile ed a farsi permeare da queste. Siamo logicamente in ambito di paesaggistica sonora, o più precisamente direi che “Erimos” è una specie di colonna sonora per accompagnare un viaggio (immaginario o reale che sia) attraverso grandi spazi sia all’interno del pianeta Terra sia in un contesto interstellare. Sì, in “Erimos” è possibile cogliere l’eco della migliore musica cosmica. Tutto molto bello. |